L'arte sospesa di Fabrizio Cugia - personale via dei Gracchi 18, 28 febbraio - 7 marzo 2026
Esiste unmomento, tra il giorno e la notte, in cui le cose perdono la loro funzione ‘scontata’,convenzionalmente conosciuta e stabilita, per diventare simboli o chiavi capacidi svelare un enigma. Le opere di Fabrizio Cugia abitano questa soglia. La personaleDopo l’uovo cosmogonico è un excursusdi rimandi, dove la pittura figurativa si spoglia di ogni sentimentalismo perfarsi luce nella profondità simbolica: ogni oggetto o paesaggio, anche un volto(a partire dal dittico evocativo Adamo edEva) è ritratto con perizia quasi vitrea, eppure vibra di un’imminenzainspiegabile che sembra spingerci oltre il tempo percepibile.
Ad aprire ilpercorso espositivo è l’opera Uovo cosmogonico (unica tecnica mista inmostra), che indirizza il visitatore sul fulcro metafisico della ricerca, costituitadalla purezza ed epifania dietro l’immagine/simbolo che tutto contiene e tutto puòcontenere. L’uovo è da sempre associato al femminino, alla vita eterna, all’Athanoralchemico o se si vuole al tessuto spazio-temporale di Einstein, ma l’archetipoè presente in numerose tradizioni cosmologiche (lato Occidente, va da Pierodella Francesca fino a Casorati, e più di recente Ai Weiwei). Tuttavia in FabrizioCugia l’uovo primigenio diventa metafora di una soglia: un luogo dipotenzialità assoluta in cui forma e senso non sono ancora definiti ma giàpresenti in uno stato latente. Non bloccati (e gelidi) in quella eterna attesa allaDonghi del Realismo Magico, ma avvolti da un silenzio che non è assenza disuono, ma presenza del mistero che tutto assorbe e che detiene le chiavidell’essere e del divenire.
Le opere inmostra si muovono quindi in questa condizione di sospensione. Le superficisembrano trattenere un’energia in attesa di manifestarsi, come membrane fragiliche separano il visibile dall’invisibile, l’interno dall’esterno, il prima daldopo. Il gesto dell’artista non è mai invasivo: è un atto misurato, quasi un ritualeZen, che accompagna la materia nel suo processo di trasformazione anzichédominarla. I volumi sono accennati, le stratificazioni suggerisconocontenimento e incubazione, e alla fin fine si ha l’impressione che forsel’artista neanche c’è, nel senso che si percepisce come egli stesso sia spettatoreal pari di chi osserva.
Il tempo qui giocaun ruolo essenziale: il tempo lento della gestazione, dell’attesa,dell’accumulo silenzioso, fino a che Fabrizio Cugia lo coglie nell’istante in cuisorge per prima l’essenza della cosa. Ogni opera sembra collocarsi in unmomento precedente all’evento, quando tutto è ancora possibile. A dimostrazionel’olio Dio non gioca a dadi, che cristallizza in modo patente emirabilmente diretto il gioco di rimandi con l’osservatore.
L'artistautilizza una pennellata levigata, quasi smaltata, che dà spazio a unaforma pura e monumentale. In opere come Pharaohs dream, oppure le vibranti Starling nights eVenezia/Istanbul (omaggio al maestro Franco Battiato) lo spazioprospettico è rigoroso ma la luce, calda e zenitale, svuota la scena rendendolasimile ad un sogno lucido. Dietro l'apparente normalità di uno scorcio si celauna dimensione "altra" che ci viene sottilmente proposta. FabrizioCugia ci insegna che il magico non è altrove, ma è nascosto nelle pieghe dellarealtà più tangibile, in attesa di uno sguardo capace di scalfirne lasuperficie.
Dopo l’uovocosmogonicoè una selezione calibrata di opere che costruisce un immaginario sottratto allanarrazione lineare e alla figurazione esplicita, dove si privilegia unadimensione simbolica primaria rispetto a ogni richiamo esplicito. L’opera di FabrizioCugia diventa un campo di risonanza in cui lo spettatore è invitato aconfrontarsi con l’idea di origine e di divenire, non come mito lontano eperduto (andato), ma come esperienza percettiva e mentale attuale. L’arte èintesa come portale di passaggio ed esperienza concreta di trasformazione(l’opera al nero alchemica). Ogni cosa può finire nell'Athanor della trasformazione,nel crogiolo alchemico ove si compie la trasformazione del piombo (accadimentiquotidiani) in oro (esperienza cosciente e liberatoria).
In questosenso la pratica si inserisce in una riflessione più ampia sull’atto generativodell’arte stessa. Come l’uovo cosmogonico, l’arte contiene in sé le possibilitàdel mondo: non ciò che è già stato formato, ma ciò che sta per emergere. È inquesto spazio di tensione, fragile e fertile al tempo stesso, che il lavoro di FabrizioCugia trova la sua forza più autentica.
In fondo l'artenon è che un dialogo costante con la vita, e in tanti modi la previene.
E’ l'arte cheforma il mondo, non l'inverso.
Francesca Romana Morelli
Francesca Romana Morelli [Critico d'arte]
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